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"L'ospite inatteso":
recensione cinematografica a cura di
Giuseppe Lombarbo Baiadeicapi

Un opera poetica come poche, una miniera ricca di sentimenti, L'ospite inatteso è un capolavoro.
lo si capisce fin dalle prime scene,
da quando la vecchia insegnante (la quarta) di pianoforte, all’inizio del film, cerca di correggere il protagonista nella sua incapacità musicale con una frase banale solo all' apparenza : “le dita , non le appiattisca deve tenerle arcuate, così il treno riesce a passare nel tunnel”. Il professore capisce tutta la sua disperazione , il suo treno è già passato, sa che quella frase usata tante volte dall’insegnante nell’impartire le lezioni ai suoi giovani alunni, rivolta ora a lui diventa ridicola ma al tempo stesso è la chiave nel comprendere che la sua ostinazione ad imparare quello strumento si appoggia solo sullo sconfortante tentativo di aggrapparsi al passato e di recuperare ancora il ricordo di una vita anche se fittizia, piena di certezze, insieme alla sua compagna scomparsa.
La forza e la stessa comprensione del film la troviamo negli occhi spalancati del protagonista, li apre più del dovuto nel momento in cui decide di capire cosa avviene fuori dal suo recinto tanto mentale quanto ambientale . Occhi che ci appaiono spenti nelle scene girate dentro l’università, quasi al traino della sua magra esistenza, basta guardarli nell’ordinario corso della sua vita, corso che scandisce il tempo come una clessidra che il professore gira di anno in anno con il semplice, monotono, ormai automatico squallido gesto del cancellare con il bianchetto l’anno precedente del suo programma annuale universitario per sostituirlo con il numero progressivo dell’anno in corso.
Ormai è completamente sordo alla routine, vive di rendita sul lavoro fatto in passato, insegna , segue convegni, tutto disinteressatamente.
Si chiude in se stesso, è sempre più solo. La solitudine e le continue domande esistenziali alla fine grazie al casuale e fortuito a questo punto, incontro con due giovani immigrati, darà al vecchio professore le risposte che cercava scatenando lo sgretolarsi delle certezze e convinzioni fin qui avute, come ad esempio la concezione di democrazia vista ora come pseudonimo dei diritti negati e, la giustizia che conviene, solo al servizio dello stato e non del giusto.
Il cambio di montatura degli occhiali e La cena con la madre di Tarek sancirà la definitiva conquista di Wolter del suo tempo.
Idue giovani clandestini, la madre di Tarek , sono solo il mezzo, la causa scatenante della scoperta e del nuovo senso che il professore dà alla vita: "L’ospite inatteso" è infatti la nuova vita.
Si rende conto di non aver vissuto per un sacco di tempo. Ha finto di lavorare, di scrivere, di respirare ma in realtà non ha fatto niente. Lui stesso lo dice: “non ha alcun senso ciò che ho fatto, ho finto e basta!”

E' triste pensare che ad innnescare tutto questo sia stata la morte della moglie. (è la misera regola! si inizia a riflettere e guardare in faccia la realtà solo con e dopo un'enorme sofferenza). questo è davvero drammatico! perchè in condizioni normali l'uomo si lascia risucchiare dal vortice degli eventi? siamo in balia della vita? non viviamo, strano ma vero!

E' anche vero che per l’età e il sedimentato stile di vita, il protagonista, non ce l’avrebbe fatta altrimenti, solo un forte sofferenza come la scomparsa della sua compagna gli ha permesso di superare e abbattere le tante barriere mentali, dell’età, del ceto sociale, economica e professionale, della razza.
Tutte prese di distanza che chiunque di noi erge più o meno inconsapevolmente durante il corso della vita per acquisire sicurezza.
barriere fittizie dove appoggiare la nostra percezione di tranquillità.

Due strumenti musicali, legano la trama e ispessiscono la qualità della pellicola: il pianoforte costruttore di suoni virtuosi e armonici, che qui appare gelido, gelosamente inavvicinabile alle sue virtù e il tamburo che scandisce il ritmo e risveglia la vita semplicemente per quella che è e, come il battito del cuore, forma, include e restituisce, rendendoci così partecipi delle nostre stesse emozioni

La scena finale apre all’ottimismo, quello che non deve morire mai:
il professore che suona il tamburo nella metropolitana ci fa comprendere che i treni nella vita passano in continuazione.
Giuseppe Lombardo Baiadeicapi
08/03/09

BUONA VISIONE


 

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